Capita ancora oggi che, nella gestione degli equilibri familiari, uno dei coniugi — più spesso il marito — ostacoli o vieti all’altro di lavorare. È una situazione che pone una domanda netta: si può davvero impedire al coniuge di avere un’attività lavorativa? La risposta della legge è chiara. Vediamola.
La libertà di lavorare è un diritto
Il punto di partenza è fermo: la libertà di svolgere un’attività lavorativa è un diritto fondamentale della persona, riconosciuto anche a livello costituzionale. Il matrimonio non comprime questo diritto: nessuno dei coniugi può vietare all’altro di lavorare, di scegliere la propria professione o di realizzarsi sul piano lavorativo.
L’idea, di stampo ormai superato, secondo cui un coniuge potrebbe “decidere” che l’altro resti in casa appartiene a un modello di famiglia che il nostro ordinamento ha abbandonato da tempo, in favore della parità e della pari dignità dei coniugi.
Impedire di lavorare viola i doveri coniugali
Ostacolare in modo serio e ingiustificato la libertà lavorativa dell’altro non è solo scorretto: può costituire una violazione dei doveri coniugali di rispetto e collaborazione. Quando questo comportamento contribuisce a rendere intollerabile la convivenza e a determinare la crisi del matrimonio, può fondare l’addebito della separazione a carico di chi lo pone in essere.
Naturalmente, come per ogni ipotesi di addebito, occorre dimostrare non solo il comportamento, ma anche il suo nesso causale con la rottura: deve essere stata proprio quella condotta a determinare la fine del matrimonio.
Quando diventa reato: la “violenza economica”
Nei casi più gravi, impedire al coniuge di lavorare può assumere rilievo anche penale. La condotta di chi nega sistematicamente all’altro la possibilità di rendersi economicamente indipendente può, in determinate circostanze, rientrare nel reato di maltrattamenti in famiglia previsto dall’art. 572 del Codice penale, nella forma della cosiddetta “violenza economica”.
La Corte di Cassazione ha però precisato i confini di questa fattispecie. Con la sentenza n. 43960 del 2015 (VI sezione penale) ha chiarito che non basta una semplice divisione dei ruoli, anche se non pienamente condivisa: perché vi sia reato occorre una condotta fatta di azioni continue e vessatorie, capaci di provocare nella vittima un disagio costante e uno stato di prostrazione psicofisica che ne ledano l’integrità. Le scelte puramente organizzative ed economiche di una famiglia, pur se non gradite a entrambi, non integrano di per sé il reato.
Diverso è invece il caso in cui siano presenti veri e propri atti di violenza fisica o psicologica volti a impedire, anche con la forza, la libertà della moglie: lì si è in presenza di un reato vero e proprio, con conseguente responsabilità per maltrattamenti.
Quando le scelte sono condivise
Diverso è il caso in cui i coniugi, di comune accordo, decidano una certa organizzazione della vita familiare — ad esempio che uno dei due si dedichi prevalentemente alla casa e ai figli. Una scelta condivisa è legittima. Il problema sorge quando questa organizzazione viene imposta contro la volontà dell’altro, comprimendone la libertà.
Va anche ricordato che chi ha rinunciato al lavoro per la famiglia, anche se la scelta era condivisa, non resta senza tutele: quel sacrificio è uno degli elementi che rilevano nella determinazione del mantenimento e dell’assegno.
Per il quadro generale leggi come funziona la separazione. I doveri reciproci dei coniugi sono fissati dall’art. 143 del Codice civile.
Se il tuo coniuge ostacola la tua libertà di lavorare, non sei sola. richiedi una consulenza gratuita e valuteremo insieme la tua situazione.
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Domande frequenti
Il marito può vietare alla moglie di lavorare?
No. La libertà di lavorare è un diritto fondamentale che il matrimonio non comprime. Nessun coniuge può imporre all’altro di non lavorare.
Impedire al coniuge di lavorare può portare all’addebito?
Sì, se questo comportamento ha violato i doveri coniugali e ha causato la crisi del matrimonio. Va però dimostrato il nesso tra la condotta e la rottura.
È diverso se la scelta era condivisa?
Sì. Decidere insieme che uno dei due si dedichi alla famiglia è legittimo. Il problema nasce quando l’organizzazione viene imposta contro la volontà dell’altro.
Chi ha lasciato il lavoro per la famiglia è tutelato?
Sì. Il sacrificio professionale per la famiglia rileva nella determinazione del mantenimento e dell’assegno, in chiave compensativa.