Lunedì scorso (28 gennaio 2019) è andata in onda la puntata della trasmissione televisiva di Rai Tre “Presa Diretta”, interamente dedicata al Disegno di Legge Pillon.

Nella comune indifferenza, finalmente il servizio pubblico si accorge che sta per entrare in vigore una riforma che rischia di stravolgere interamente le norme  e i delicati equilibri che regolano le separazioni coniugali. Finalmente, per almeno un paio d’ore si sviscereranno i temi caldi del disegno di legge, esaminandone le lacune, le contraddizioni, quel che c’è di buono e quel che ancora necessita di essere riformulato meglio. Questa era la mia personale aspettativa, da “addetto ai lavori”.

Lo spettacolo che è andato in onda, invece, è stato tutt’altro.

È stato uno spettacolo di parte, privo della minima obiettività, volto a fare audience spettacolarizzando le tragedie e le storie delle madri che, accusate di alienazione parentele, si sono viste sottratte l’affido del figlio. Viene descritta una barbarie che a nessuno compete escludere che si sia effettivamente consumata, ma il punto è un altro.

Il punto è che, dietro quei (fortunatamente) pochi casi eccezionali a cui è stata dedicata l’intera puntata, ce ne sono infiniti altri che raccontano una realtà molto più semplice e purtroppo comune. È la realtà che ricorre in tantissime separazioni , in cui  i figli corrono il rischio di essere utilizzati come bieca arma di ricatto. Se dicessimo che di quest’arma si servono in maniera più o meno paritaria tanto i padri quanto le madri diremmo un’evidente sciocchezza, perché l’arma la usa generalmente chi ne ha la materiale disponibilità e i figli, quando una coppia si divide, sono nella quasi totalità dei casi collocati presso la madre.  È la madre che i figli vedono piangere e disperarsi per la fine del matrimonio, è la madre il loro filtro tra la realtà e quello che ne percepiscono. È la madre che, anche quasi involontariamente, potrebbe manipolarli e suggestionare nei loro confronti un sentimento di repulsione verso il padre.

Così, se la trasmissione televisiva avesse voluto offrire una rappresentazione corretta della realtà, dopo aver raccontato di quelle quattro o cinque madri a cui i figli erano stati sottratti perché accusate di alienazione parentale, alla stessa maniera avrebbe dovuto raccontare di centinaia di padri che l’alienazione parentale la subiscono, che patiscono sofferenze indicibili perché vedono morire contemporaneamente non solo il rapporto coniugale, ma anche quello genitoriale: uomini, che smettono di essere padri nel momento stesso in cui smettono di essere mariti, anche se la scelta non è stata loro; che da un giorno all’altro scoprono di non avere più una famiglia, né una casa; che lavorano per pagare il mantenimento e a fine giornata non hanno né da chi tornare, né dove tornare.

Sono storie che fanno meno audience delle barbarie su cui si è soffermata l’inchiesta televisiva, ma sono quelle assolutamente più comuni. Anzi, probabilmente fanno meno audience e riscuotono meno interesse, proprio perché sono “storie normali”.

Si direbbe “oltre il danno la beffa”: per una volta che in tv ci si occupa della violenza che subiscono i padri, per una volta che l’opinione pubblica può essere sensibilizzata sul dolore silenzioso che vivono, l’attenzione non si concentra su di loro, ma su quei pochi casi in cui le carnifici sono diventate vittime. Sono storie, quelle delle madri intervistate durante la trasmissione, che meritano assoluto rispetto e solidarietà, ma che vengono utilizzate per offrire una visione distorta e paradossale del fenomeno.

Dietro questa spregiudicata condotta giornalistica non c’è solo un errore di prospettiva, ma una evidente faziosa e colpevole malafede. Infatti, dopo aver screditato le vittime dell’alienazione parentale (che sono i padri e non le madri!), raccontando alcune tragiche storie individuali come se fossero realtà assoluta, la trasmissione prosegue oltre, giungendo a negare l’esistenza stessa del fenomeno. L’alienazione parentale non esiste. Si intervistano un paio di esperti, si citano tesi e autori illustri della psicoanalisi e si giunge alla conclusione che la comunità scientifica non acclude l’alienazione parentale tra le sindromi psichiche che colpiscono il bambino nella sua età evolutiva. Fine del problema: le carnefici sono diventate vittime di una condotta, che neanche esiste. Cali il sipario.

Da avvocato se mi avventurassi in dissertazioni scientifiche sull’alienazione parentale, commetterei certamente degli errori. Non è il fenomeno nella sua nomenclatura psichiatrica che mi interessa, non mi interessa definirla sindrome e, se preferite, non chiamiamola neanche più alienazione parentale. Chiamiamola come volete, inventate l’acronimo che più vi aggrada, purché la si definisca come “disfunzione affettiva in virtù della quale, in concomitanza di una crisi coniugale, i figli cessano di nutrire affetto verso uno dei due genitori (generalmente verso quello non collocatario), maturando nel tempo una graduale avversione spesso alimentata dall’altro dei due (generalmente quello collocatario)”. Limitiamoci semplicemente a chiarire che questo “fenomeno” rende i figli orfani di genitori ancora in vita; che li priva di una figura di riferimento sostituendo l’odio all’affetto. Limitiamoci a dire che questo fenomeno è talmente diffuso da necessitare di una tipizzazione e di una specifica tutela anche nelle aule dei tribunali.

Per cavarcela con un esempio, lo stalking, per assurgere ad atto illecito meritevole di tutela, non merita mica di essere riconosciuto come disfunzione psichiatrica? È così difficile immaginare che, con tutte le infinite variabili condizionate dagli infiniti ed eterogenei contesti familiari, un figlio viva sulla propria pelle la separazione dei genitori al pari dei genitori stessi e tenda a schierarsi a favore di quello con il quale convive? È così difficile immaginare che, in quanto genitore collocatario, alla donna spetti il compito di vivere con estremo senso di responsabilità il proprio ruolo di madre, affinché il rapporto affettivo tra padre figlio non sia compromesso dalla crisi coniugale?

I commentatori più distratti non ci obiettino che non sempre è effettivamente la madre il genitore collocatario. Accettiamo la critica di una esemplificazione troppo grossolana, dettata da esigenza di chiarezza, ma non da faziosità pro genere. Il senso di responsabilità di cui dicevamo compete al genitore collocatario, che sia la madre o il padre non fa alcuna differenza.

Neanche ci obiettino, i commentatori più distratti, che non sempre, se un figlio nutre rancore verso il padre (rectius verso il genitore non collocatario), ci sia sempre da imputare la colpa alla madre. Lo abbiamo già detto: i contesti sono infinitamente diversi e ciascuno andrà giudicato nella sua individualità. In un verso o per il suo opposto, la famiglia non ammette teoremi assoluti.

Tornando alla trasmissione televisiva merita almeno un cenno l’intervento del Prof. Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra infantile, di fama internazionale, che in un paio di occasioni ha arricchito anche queste pagine con i suoi interventi. Dietro la vituperata riforma Pillon c’è anche il suo nome e il suo contributo scientifico. Come rivela lo stesso Camerini, attraverso il suo profilo facebook, della lunga intervista che ha rilasciato, sono stati ritagliati solo pochi secondi (ovvero proprio quelli durante i quali ha riconosciuto che per una sua parte marginale il disegno di Legge necessita ancora di essere in parte riformulato e armonizzato). Solo ora, l’opera di disinformazione pubblica può dirsi compiuta.

camerini

Tuttavia, è proprio quando la trasmissione rivela più dichiaratamente che le sue prese di posizione nascono da ragioni di appartenenza politica, le informazioni offerte al pubblico diventano più vere. Dietro la riforma Pillon, infatti, c’è chiaramente la corrente politica che la trasmissione intende denigrare e a cui desidera sottrarre consensi. Finalmente viene fatta chiarezza: se la prima ora di trasmissione è spesa a ribaltare il vero, ad esemplificare eccezioni per venderle come regole, è perché anche sui temi della famiglia si respira il clima da campagna elettorale permanente.

Occorre allora chiarire chi è realmente Simone Pillon, chi lo appoggia e qual è il terreno di coltura da cui è germogliato il suo disegno di legge. Per tanti padri è già un paladino, ma sono destinati a restare delusi. La riforma non è frutto della esasperata contesa affettiva tra mariti e mogli, tra padri e madri, alla ricerca di nuovi equilibri ispirati dall’evoluzione dei contesti sociali. Tutt’altro: è piuttosto la prima moderata manifestazione dell’arretratezza culturale espressa dalla destra ultracattolica, misogena e omofoba. La riforma Pillon non è a favore dei padri o delle madri, ma è semplicemente contro l’idea che possano effettivamente separarsi. In nome della indissolubilità del vincolo matrimoniale, il disegno di legge frappone, tra i coniugi e la loro volontà di separarsi, un percorso inutilmente farraginoso e dispendioso, per il tempo, le risorse economiche e lo stress emotivo che comporterà. Se le conquiste culturali maturate dalla coscienza laica del nostro paese hanno negli ultimi anni snellito e semplificato il diritto di famiglia, il governo (che non per nulla si è autoproclamato “governo del cambiamento”), inverte totalmente la rotta, puntando al primato della religione che si fa legge dello Stato imponendo i suoi valori.

Chi oggi inneggia a Pillon e al Ministro della Famiglia Fontana, domani, si prepari a scendere in piazza per l’abolizione delle unioni civili, l’abrogazione della legge sull’aborto e i privilegi per le istituzioni cattoliche.

Comments are closed.

mm to inches