In molti matrimoni uno dei due coniugi — storicamente, più spesso la moglie — rinuncia o ridimensiona la propria carriera per occuparsi della casa e dei figli. Cosa accade a quella persona, sul piano economico, quando il matrimonio finisce? Qui entra in gioco la funzione compensativa dell’assegno, uno dei principi più importanti della giurisprudenza recente.
Oltre il semplice bisogno: la funzione compensativa
L’assegno (soprattutto quello divorzile) non ha più solo una funzione assistenziale, cioè coprire i bisogni di chi non ha mezzi. Ha anche una funzione compensativa e perequativa: serve a riconoscere il contributo dato da un coniuge alla vita familiare e al patrimonio comune, comprese le rinunce professionali compiute per la famiglia.
In altre parole, chi ha sacrificato le proprie occasioni di crescita lavorativa per consentire all’altro di dedicarsi alla carriera non deve uscire dal matrimonio a mani vuote: quella scelta condivisa va riequilibrata.
Cosa deve essere dimostrato
Per ottenere il riconoscimento di questa componente, occorre dimostrare il nesso tra la rinuncia e le esigenze della famiglia. Il giudice valuta in particolare:
- la durata del matrimonio;
- il contributo personale ed economico dato alla famiglia e alla formazione del patrimonio comune;
- le occasioni professionali sacrificate e la loro incidenza sulla situazione attuale;
- l’età e le concrete possibilità di reinserirsi nel mondo del lavoro.
Più lungo è stato il matrimonio e più rilevante la rinuncia, maggiore è il peso della componente compensativa.
Un riconoscimento, non un automatismo
Attenzione, però: non si tratta di un diritto automatico. Chi, nonostante le rinunce passate, dispone oggi di redditi adeguati o ha pienamente recuperato la propria autonomia, può non aver diritto all’assegno o averne uno ridotto. La funzione compensativa premia un sacrificio che ha lasciato uno squilibrio ancora attuale, non un sacrificio ormai superato.
Per approfondire leggi come si calcola l’assegno di mantenimento e l’evoluzione verso l’assegno legato all’autosufficienza. Il riferimento è l’art. 5 della legge sul divorzio.
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Domande frequenti
La moglie che ha lasciato il lavoro per la famiglia ha diritto al mantenimento?
Può averlo grazie alla funzione compensativa dell’assegno, che premia le rinunce professionali compiute per la famiglia, se hanno lasciato uno squilibrio economico ancora attuale.
Cos’è la funzione compensativa dell’assegno?
È il riconoscimento del contributo dato alla famiglia e al patrimonio comune, comprese le occasioni di lavoro sacrificate, al di là del semplice stato di bisogno.
Cosa bisogna dimostrare?
Il nesso tra la rinuncia e le esigenze familiari: durata del matrimonio, contributo dato, occasioni professionali perse e difficoltà attuali a reinserirsi nel lavoro.
È un diritto automatico?
No. Chi ha recuperato l’autonomia o dispone oggi di redditi adeguati può non avere diritto all’assegno o averlo ridotto: conta lo squilibrio ancora esistente.